Afasie e strategie: appunti di metodo attorno a una (quasi) critica di danza in Italia

Giulia Taddeo

Abstract


Con un’anomalia che non trova riscontri né nel resto d’Europa né in America, per tutta la prima metà del Novecento l’Italia non ha potuto vantare la presenza, sulle colonne dei propri quotidiani e periodici, di una vera e propria critica di danza. Ciononostante è innegabile l’esistenza, anche in questo periodo, di una sorta di funzione critica, svolta per lo più da critici musicali - ma anche da intellettuali e uomini di teatro - i quali a vario titolo hanno comunque prodotto un discorso sulla danza. Partendo da queste constatazioni, il nostro progetto di ricerca si concentra su una precisa e controversa fase della storia italiana – il ventennio fascista – con l’intento, da un lato, di condurre una prima – seppur parzialmente – ricostruzione dei discorsi sulla danza prodotti dal giornalismo italiano nel Primo Novecento, e, contestualmente, di interrogarsi circa le logiche culturali sottese alla summenzionata condizione di anomalo ritardo che connota l’affermazione di una autentica critica di danza in Italia. A partire da una ricognizione ragionata dei contributi di argomento coreico apparsi sulle principali testate quotidiane e periodiche italiane, dunque, proponiamo un approccio metodologico spurio che, scivolando da una prospettiva essenzialmente storiografica verso apporti provenienti dalla semiotica della cultura, analizzi i testi summenzionati ponendo loro i seguenti interrogativi: Cosa garantisce alla danza di divenire oggetto di trattazione giornalistica? Che tipo di idea di corpo danzante emerge dalla stampa del Ventennio? Quali sono le dinamiche culturali connesse a un certo discorso critico sulla danza e, parallelamente, quale configurazione storico-culturale impedisce l’emersione di un fenomeno come la critica di danza?

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DOI: 10.6092/issn.2036-1599/4971

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