L’artista vivente come fonte e archivio della danza. Le interviste a Cristina Hoyos, Dominique e Françoise Dupuy per le ricerche sulla danza come patrimonio culturale immateriale

Elisa Anzellotti

Abstract


Il ‘900 è il secolo in cui si sente maggiormente la necessità di conservare in opposizione al grande scorrere degli eventi, e quindi proliferano archivi. Anche la danza ha questa “esigenza di memoria”. Quando si parla di artisti viventi certamente il più importante archivio sono loro stessi, il loro corpo, il loro sapere, non a caso in Giappone le persone possono essere riconosciute come beni culturali proprio per il bagaglio di informazioni che portano in loro. Oggi, di contro, sempre meno danzatori scrivono e c’è il rischio che questo immenso patrimonio vada perduto. I danzatori ancora vivi sono fonti importantissime per la danza e il loro materiale costituisce un tesoro prezioso per i ricercatori, motivo per cui ho ritenuto opportuno effettuare delle interviste a personaggi del mondo della danza che hanno affrontato tali tematiche e di cui voglio condividere e mettere a confronto alcuni concetti. I casi presi ad esempio sono quelli di Françoise e Dominique Dupuy in Francia, che tanto hanno teorizzato sulla memoria della danza, e quello di Cristina Hoyos, danzatrice e coreografa, ma soprattutto ideatrice del museo del Flamenco a Siviglia. L’argomento centrale è dunque la danza bene culturale immateriale e il problema della conservazione, soprattutto nell’epoca della globalizzazione, nonché la questione della memoria e della musealizzazione dell’effimero, argomenti di certo vastissimi, ma che qui vengono affrontati limitatamente a quello che è il punto di vista degli intervistati ai quali sono state rivolte domande sul rapporto: danza e archivio/museo, danza e politica/globalizzazione, danza e ritmo, danza e arti plastiche.


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DOI: 10.6092/issn.2036-1599/4983

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